Le fonti e la ricerca ai tempi del web 2.0
Pubblicato da Violadelpensiero il 19 maggio 2012 in Riflessioni

images Come chi ci segue da tempo sa bene, ilDeposito.org è principalmente un archivio, ovvero un contenitore che conserva e mette a disposizione testi, ed eventualmente accordi, esempi sonori, traduzioni, e informazioni relative ai canti, comprese le fonti bibliografiche/discografiche/sitografiche o le generalità di chi ci ha inviato un testo (se queste vengono comunicate). Non si pone tra i suoi obiettivi principali la ricerca diretta di canti che non siano già stati pubblicati, su supporto cartaceo, o altri supporti sonori.pixel-vfl3z5wfw
Questo non significa che non ci si imbatta mai in qualche materiale inedito, o che addirittura, non ci venga l’idea di raccoglierne qualcuno, circoscritto ad eventi specifici, o a specifici fenomeni contemporanei, così come abbiamo fatto quando lanciammo la ricerca sui canti del movimento anti-Gelmini, anche perché siamo assolutamente interessati al dibattito sul fare musica di protesta ai giorni nostri (o meglio, a quanto è avvenuto e avviene a partire dalla fine degli anni ‘70 in questo campo), sulla sua esistenza, sulla sua identità, sui suoi luoghi e i suoi protagonisti.
Proprio l’esperienza della ricerca di canti anti-Gelmini ci ha portati a fare alcune riflessioni e a porci alcune domande su cosa possa significare attualmente fare questo tipo di attività e come si debbano considerare i mezzi attraverso i quali i materiali ci sono arrivati.

Innanzi tutto è stato subito chiaro e stabilito che avremmo chiesto ai nostri eventuali testimoni di comunicare con noi attraverso il web: non abbiamo mai pensato di andare fisicamente presso i nostri informatori a raccogliere i materiali in questione, questo soprattutto per motivi strettamente pratici.
La nostra idea e le nostre intenzioni iniziali erano comunque di farci mandare dei testi, con una serie di informazioni relative a chi ci stava contattando, ad eventuali autori,  se persone diverse,  al luogo e al tempo in cui il testo fosse stato composto, l’eventuale evento particolare per il quale fosse stato pensato, e quale fosse la fonte da cui si era appreso il testo. Insomma, se non fisicamente presenti, volevamo avere più elementi possibili per raffigurarci un contorno sociale e umano per i canti comuncatici. Solo come eventualità e come accessorio (ma non di secondaria importanza) si chiedeva la presenza di un video o una fonte sonora.

A questo punto nasce la prima domanda di questa nostra riflessione, ovvero se  questa specie di  metodo che ci siamo dati  possa avere comunque una sua attendibilità e utilità. L’assenza di una (o più) persona che fisicamente, in un contesto di spazio e di tempo registrabili, comunica un prodotto del suo ingegno, della sua fantasia, della sua coscienza politica,  può essere determinante per sminuire in qualche modo l’importanza dell’informazione? O se le informazioni che chiedevamo per tentare di dare almeno una cornice di contesto al canto segnalato non venivano date, o date solo parzialmente, di quel testo cosa dovevamo farcene? Queste domande le abbiamo poste innanzi tutto a noi stessi, per capire se stavamo facendo un lavoro di una qualche utilità o meno, decidendo comunque di procedere  con la raccolta di materialie di stare a vedere quali risposte ci sarebbero arrivate.index1

Un’altra questione molto più attuale e sorprendente si è posta alla nostra attenzione nel momento in cui una serie di risposte che abbiamo ricevuto al nostro appello non erano altro che url che rimandavano a video caricati su You Tube, come a dire: “vai pure tu a sentire e vedere lì quello che chiedi”, come se nel video ci fossero tutte le informazioni necessarie, e toccasse a noi desumerle e renderle fruibili ai frequntatori de ilDeposito.org o a chi fosse interessato ai canti anti-Gelmini. Ci siamo chiesti cosa fare di queste indicazioni, che rimandavano spesso a materiali interessanti, per quanto ovviamente i video spesso prodotti in modo estemporaneo come testimonianza di eventi, e non con l’intento di documentare un canto, non contessero quasi mai tutte le informazioni che noi ritenevamo utili.
La risposta che ci siamo data è stata di non escludere i video segnalati dalla nostra raccolta, e dunque abbiamo trascritto i testi e cercato di recuperare le informazioni relative dall’ascolto, dalla visione, e dalle note che talvolta i video caricati su You Tube riportano. Pensando che forse anche queste modalità di raccolta di materiali avranno da essere presi in considerazione dai futuri ricercatori (veri) e che probabilmente verranno elaborate metodologie adeguate. Così come non abiamo escluso i canti comunicatici in modo un po’ più tradizionale, ovvero testi scritti, anche se non erano accompagnati da tutte le informazioni da noi richieste.
Abbiamo fatto queste scelte di inclusione, così come abbiamo condotto tutta questa piccola ricerca, con la consapevolezza che stavamo facendo un’operazione sicuramente un po’ “dilettantesca”,  se pure interessante.

Durante la stesura di queste righe, chi scrive, ha trovato qualche rassicurazione nelle parole di Roberto Leydi che, in Bosio oggi: rilettura di una esperienza, interviene dicendo:

E’ stato qui giustamente ricordato da Cirese come il lavoro teorico sia fondamentale. Ma il lavoro teorico non significa l’esigenza di continuare a teorizzare in astratto propria di larga parte della nuova generazione. Sembra a volte che parlare di come deve essere impostata la ricerca sia più importante che farla, mentre - a mio avviso – il lavoro tecnico non può che intrecciarsi con il lavoro di ricerca, che ovviamente non significa partire con un magnetofono in spalla per fare ermetiche scoperte. La ricerca si fa anche senza il magnetofono, senza macchina fotografica, addirittura senza carta e matita. Perché essa è anzitutto un lavoro in comune tra due persone che hanno esperienze e matrici culturali diverse e che decidono consapevolmente di porsi l’uno di fronte all’altro per scambiarsi informazioni, spiegazioni, ecc.”

Eppure anche l’idea di Lejdi è che due persone diverse si pongano l’una di fronte all’altra, indipendentemente dagli strumenti tecnici che mediano o meno questa relazione. Siamo giunti però ad un punto in cui non ci si trova più neanche trovati davanti a persone,  ma solo a dei mezzi tecnici.  Non ci siamo, a dire il vero stupiti, perchè sono ambienti, strumenti, mezzi, che usiamo normalmente e quotidianamente anche noi e infatti sappiamo perfettamente che dietro ad ogni testimonianza, ad ogni input che abbiamo avuto, in qualsivoglia forma, c’è un essere umano, di cui però possiamo tranquillamente non sapere assolutamente nulla. Ma l’idea che questo mondo virtuale se pur consueto, entri nei confini della ricerca e della documentazione di ciò che le persone reali fanno, pensano, creano, dicono, ci disorienta e ci fa nascere il desiderio di avere dei confronti, delle opinioni, delle testimonianze, di chi, molto più scientemente e professionalmente di noi, si occupa di questi argomenti.

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Commenti (1)

Fiorenzo Gualandris20 maggio 2012, alle 10:06

E’ ovvio che il lavoro di un ricercatore in qualsivoglia ambito , è finalizzato alla diffusione del suo lavoro, e che gli utilizzatori di tale lavoro si aspettano che i risultati siano ragionevolmente attendibili e completi.
Ma data la specificità della materia di cui si occupa Il Deposito è fatale che vi siano margini maggiori di imprecisioni non solo per le caratteristiche di cultura e memoria storica diffusa e spesso solo orale che è peculiare caratteristica del canto sociale e di protesta.
L’ uso del web con tutti gli annessi e connessi al ricercatore portano evidentemente le problematiche di cui sopra, ma credo anche che l’ utilizzatore che pure si avvale dei medesimi mezzi debba imparare a gestire le informazioni che ne ricava.

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