Cesare Bermani e Fausto Amodei al Festival dell’Oralità Popolare
Pubblicato da Violadelpensiero il 22 giugno 2010 in Eventi

Sabato 19 giugno, nell’ambito del Festival dell’Oralità Popolare, a Torino, abbiamo potuto assistere ad una breve lezione sull’importanza delle fonti orali per la storiografia contemporanea, in cui Cesare oralita-popolare2010-001Bermani ha ripercorso sinteticamente l’esperienza sorprendente dei Cantacronache in quanto apripista della ricerca etnomusicale sul campo, il cui testimone passò, al Nuovo Canzoniere Italiano, e ad una costellazione di ricercatori, raccoglitori, esecutori, eccetera, che ci restituirono nel corso di un ventennio, un patrimonio di prima mano, fatto di migliaia di canti popolari o cantati comunque dalle classi subalterne, inerenti l’intero ciclo di vita, compresi, ovviamente, i canti sociali, di protesta, di lotta.
Il discorso di Bermani è stato contrappuntato in modo brillante e garbato, dai commenti e dalle interpretazioni di Fausto Amodei di alcuni esempi di canti politici, databili nei decenni a cavallo di Ottocento e Novecento, anche in dialetto piemontese, alcuni riconducibili al genere della “cantata operaia”, e da “Gorizia”. Cesare Bermani ha cantato invece “Che cosa vogliamo”, una parodia socialista dell’”Inno di Mameli”, databile ai primissimi anni del ‘900.
Partecipavano a questo incontro Stefano Arrighetti, presidente dell’Istituto Ernesto de Martino, in qualità di oralita-popolare2010-004conduttore, e Paolo Apolito, docente di antropologia culturale alla Facoltà di Lettere dell’Università di Roma Tre. Proprio da parte di Paolo Apolito è venuto lo stimolo forse più interessante, nel momento in cui ha posto la questione di cosa sia successo al canto di protesta in questi ultimi trent’anni e del perchè sembra sia scomparso e caduto nell’oblio. Ovviamente la situazione era quella di un breve excursus, e quindi le risposte sono state sintetiche: Cesare Bermani ha semplicemente risposto che il canto di protesta è finito nel dimenticatoio perchè “abbiamo perso”, mentre Arrighetti ha accennato ad alcune recenti esperienze di riproposta del repertorio tradizionale da parte di singoli e gruppi  (ad esempio “Les Anarchistes” con i canti di Pietro Gori) che lo rielaborano in chiavi interpretative attuali e contaminate da altri generi musicali.
Personalmente non penso che le sorti del canto sociale, di protesta e di denuncia, attualmente siano esclusivamente nel senso della riproposta, e, come già detto in altre occasioni, a noi de ilDeposito.org,  interesserebbe molto aprire degli spazi di ragionamento e di confronto su esperienze originali come quelle del rap militante anni ‘90, o del punk anni ‘70. Tutte le volte, e oramai cominciano ad essere numerose, che ci troviamo al cospetto e in ascolto di quelli che sono indubbiamente anche i nostri maestri e i nostri ispiratori, ci si accende questa lampadina, che però continua a gettare una luce…sul nulla.

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Commenti (4)

Marghi23 giugno 2010, alle 12:33

Che bello! Grazie Viola, un bacio, Marghi

Sergej23 giugno 2010, alle 17:31

Come (quasi) sempre il webmaster non poteva essere presente, e quindi mi tocca come sempre ragionare sui resoconti, verbali e nel blog. Pazienza ;)
Credo che la serata sia stata interessante, anche perché penso che la questioni delle fonti orali per la storia, per quanto non sia ormai niente di nuovo, sia un aspetto un po’ messo da parte, soprattutto per le opere storiche più “divulgative”, per non parlare di quelle strettamente didattiche.
Poi sicuramente la presenza di Fausto Amodei ha abbellito il tutto ;)

La cosa che mi ha incuriosito è la risposta di Cesare Bermani, per spiegare il fatto che non si cantano più quelle cose:”Abbiamo perso”.
“Abbiamo” chi? Il Nuovo Canzoniere Italiano? Il movimento “comunista” in generale? La rivoluzione in Italia o nel mondo? Se fossi stato lì forse glielo avrei chiesto ;)
La domanda che gli hanno posto è tutt’altro che banale, e mi piacerebbe avere la risposta.
L’altra domanda che farei, sarebbe: ma il paradigma teorico in base al quale si lavorava col nuovo canzoniere etc è ancora valido? Era valido 30 anni fa? Forse il fatto che non si cantano più quelle cose è dovute al fatto che quel paradigma teorico non è più adeguato, essendo cambiata la società, la gente, e quindi il modello teorico non è stato ancora modificato per adattarsi al reale?
Ovviamente domande senza risposta, cui però mi piace riflettere e mi piacerebbe che si riflettesse, a livelli più “alti” e “coscienti” rispetto a quanto posso fare io. Chissà!

Sergej

Roberto5 luglio 2010, alle 14:35

questo storico ha scritto un libro in cui ha esaltato la figura di Mario Rovinetti, partigiano gappista che, a guerra finita, partecipò all’assassinio di diverse persone innocenti, gente comune che nulla avveva avuto a che fare col fascismo. Ammise le sue “gesta” durante il processo del 1948 in cui era imputato assieme a suoi degni compagni assassini. Furono tutti condannati a pene severe. La cronaca di quel processo fu curata da un giovane Enzo Biagi. Forse (e sottolineo forse), evitarono di trascorrere lungo tempo nelle patrie galere grazie al provvedimento di amnistia voluto dal Ministro della Giustizia Togliatti.
Meglio evitare di invocare il revisionismo. E’ storia vera sancita da sentenze. E’ stata semplicemente nascosta e volutamente dimenticata perché gravemente impbarazzante. Non si trattava di eroi ma di volgari assassini che si imbrattarono le mani di sangue per vendette personali, odio di classe e per motivi abbietti.
In Italia si fa opera di commemorazione per gli assassini (come nel caso dei terroristi diventati dei maitre à penser invitati dalla tv di stato) mentre le vittime vengono dimenticate o, peggio, umiliate e offese assieme ai loro familiari.

Daniele7 settembre 2010, alle 20:03

Il pernacchio lo vuoi semplice o armonizzato?

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