Claudio e Giannino
Pubblicato da Violadelpensiero il 16 aprile 2009 in Riflessioni
Claudio Varalli aveva 17 anni, il pomeriggio del 16 aprile 1975, con un gruppo di compagni, ritornando da una
manifestazione per il diritto alla casa, attraversava Piazza Cavour, a Milano. Incrociarono un gruppo di fascisti che volantinava. Milano era famosa allora per questa sorta di suddivisione in zone “controllate” dai fascisti, dove ogni intrusione dei compagni e di ogni antifascista era vissuta come un atto di provocazione e come un pretesto per far uso delle spranghe. Anche quel pomeriggio gli squadristi aggredirono i giovani e il fascista Antonio Braggion, estratta la pistola, sparò ripetutamente su Claudio Varalli, colpendolo alla nuca, con l’evidente intenzione di uccidere.
Il giorno dopo in tutta Italia si tennero manifestazioni e assemblee antifasciste, e a Milano studenti e lavoratori uscirono da scuole, fabbriche, universita, e si recarono in corteo verso la federazione provinciale dell’MSI. Le colonne degli autoblindo si incaricarono di disperdere la folla e di difendere la federazione del Movimento Sociale, lanciandosi a tuttà velocità sul corteo. Gli ultimi due camion della colonna “spazzarono” i marciapiedi, da cui centinaia di persone fuggirono terrorizzate: restò a terra Giannino Zibecchi, insegnante di 27 anni,travolto e ucciso dal camion guidato dal carabiniere Sergio Chiarieri. Vittime della medesima logica repressiva quello stesso giorno morirono a Torino, Antonio Miccichè, di Lotta Continua, e a Firenze Rodolfo Boschi.
Il 17 dicembre 1978 Antonio Braggion, l’assassino di Claudio Varalli, latitante fino al giorno della sentenza, viene condannato dal Tribunale di Milano a dieci anni, di cui due condonati, per eccesso colposo di legittima difesa e porto d’arma da fuoco abusivo. Pena ridotta in appello a sei anni. Il 26 ottobre 1982 la Corte di Cassazione dichiara prescritto il reato principale e interamente condonata la pena per l’arma da fuoco. Braggion ha scontato solo otto mesi di carcere e oggi è avvocato a Milano. L’omicidio di Giannino Zibecchi, invece, non ha nemmeno un colpevole. Il processo si aprì il 15 ottobre 1979 con tre carabinieri - Sergio Chiarieri, autista del camion, Alberto Gambardella, tenente capo macchina sullo stesso mezzo, Alberto Gonella, capitano responsabile dell’autocolonna - imputati di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell’evento. Fu quasi subito sospeso e, dopo una complicata vicenda di rinvii, riprese il 12 novembre 1980 per concludersi due settimane dopo con l’assoluzione di tutti gli imputati: i due ufficiali per non aver commesso il fatto, l’autista per insufficienza di prove. Nessuno presentò appello, la parte civile perché non le fu concesso, imputati e Pubblico Ministero perché soddisfatti dalla sentenza.
Per approfondimenti su quei giorni terribili, così da non perderne la memoria:
http://www.reti-invisibili.net/varalli-zibecchi/
http://www.lestintorecheamleto.net/zibecchi.htm
http://www.pernondimenticare.net/
Ed ecco due canzoni de ilDeposito.org dedicate a Claudio e a Giannino, anche noi vogliamo contribuire alla memoria.
Per Claudio Varalli 
(Pino Masi)
Ti ho visto la foto è sul “Giorno”
la faccia schiacciata per terra
sembrava una foto di guerra
eppure era solo Milano
Ti ho visto la foto è sul “Giorno”
la faccia schiacciata per terra
sembrava una foto di guerra
eppure era solo Milano
E c’è c’è chi non sa che la lotta
diventa ogni giorno più dura
e c’è c’è chi lo sa ma ha paura
e canta sempre più piano
Ma c’è pure chi non si lascia piegare
dai neri e dai democristiani
c’è chi non aspetta domani
per dire la sua verità
E c’è chi ci lascia la vita
come hai fatto tu a diciott’anni
ucciso dagli stessi tiranni
che ci rubano la libertà
Ti ho visto la foto è sul “Giorno”
la faccia schiacciata per terra
sembrava una foto gi guerra
eppure era solo Milano
Ti ho visto la foto è sul “Giorno”
la faccia schiacciata per terra
sembrava una foto di guerra
eppure era solo Milano
Ti ho visto la foto è sul “Giorno”
la faccia schiacciata per terra
sembrava una foto di guerra
eppure era solo Milano.
La manifestazione in cui morì Zibecchi 
(Giovanna Marini)
Nella piazza un gran groviglio,
tutti corrono gridono piangono
per la gente dentro casa non è successo niente
ma le sirene le grida, la puzza il fumo si sente
“assassini, assassini!”, continuano a gridare.
Arrivano due uomini con le magliette chiare,
piangono, tossiscono, non sanno più parlare,
Zibecchi è per terra, la testa sullo scalino,
le braccia un po’ in avanti, ma come per chiamare.,
la testa resta indietro, punta lontana,
le gambe stanno lì, ma come di nessuno,
una donna anziana grida uscendo da un portone,
“assassini, assassini!”, e ferma due celerini.
“Assassini, assassini!”, e avanza le mani,
ne vengono giù dieci, scendono da un gippone,
e trascinano la donna sopra un’auto militare,
di lei da quel giorno non s’è più sentito parlare.
“E’ un corteo, è un corteo!”, incominciano a gridare,
ma le jeep impazzite non fanno più passare,
vengono degli uomini le mani piene di sassi,
“guardate, guardate, ci sparano addosso!”.
“Sparano, sparano!”, corre la voce,
aumentano le grida, la gente si butta per terra,
chi raccoglie i bossoli e li guarda senza fiato,
chi cerca di scappare, i ferri pedonali,
“sparano, sparano!”, continuano a gridare,
e si aggrappano uno all’altro, fermano chi vuole scappare,
finalmente un uomo autorevole compare,
è un compagno deputato, si guarda in giro, chiama,
ha addosso ancora la giacca del pigiama,
abita là sopra, cercava di dormire,
“Che c’è, che succede?”, si mette a gridare,
“Corri, corri, corri! Chiama qualcuno!”.
Ma la gente è impazzita, non la ferma più nessuno,
“guarda la polizia, ne ha già ammazzato uno”,
ora sparano, sparano e continuano a sparare,
“Chiama il servizio d’ordine, presto datti da fare!”.
Il deputato entra nel bar, lo guardan nel silenzio,
con le dita che tremano fa il numero del telefono,
in mano ha il libretto notes tutto spiegazzato,
“Non c’è tempo, muovetevi, presto, su, venite,
bisogna fare i cordoni, c’è la gente impazzita,
andate, sono qui, qui in mezzo alla gente,
può accadere di tutto se non siamo presenti,
può accadere di tutto se non siamo presenti!”
L’uomo ha attraversato la città,
era notte quand’era partito,
alle sue spalle la città era affamata,
sulla persiana la signora popolana.
Lui andava, guardava, guardava,
lui a andare si toglieva la camicia,
e si vedeva la gente morire,
gente correre, gente star male.
“Ah che succede, che cosa devo fare?
Io a casa mia non ci voglio tornare,
devo restare, devo raccontare”,
tutta la notte come un testimone,
tutta la notte come un testimone,
guardava, pensava, guardava, pensava,
tutta la notte come un testimone,
guardava, pensava, guardava, pensava.
Io figlia di una generazione vissuta nell’utopia dei grandi cambiamenti, attraversata da violenza e repressione….. occupata poi per molto tempo a cercare di curare le ferite……ora arrancante, disorientata con senso di fallimento perchè tutto piano piano si è lasciato in balia dei processi di sviluppo globalizzato.
Il mio pensiero e i mieri ricordi vanno proprio a CLAUDIO, GIANNINO FAUSTO E IAIO ……”le nostre idee non moriranno mai”…… 2009: le nostre idee sono agonizzanti e le giovani vite interrotte sono solo lutti nemmeno più condivisi perchè sconosciuti alla maggior parte della gente. Ciao compagni mi mancate
Con profondo amarume, ma una resistente ed ostinata identità sinistrense (è l’unico termine che sono riuscita a pensare) Laura
Grazie, Laura, un abbraccio, buon 25 aprile