Leggendo “Senti le rane che cantano”
Pubblicato da Violadelpensiero il 13 ottobre 2008 in Riflessioni

Ho iniziato a leggere “Senti le rane che cantano-canzoni e vissuti popolari della risaia”, di Castelli, Jona, Lovatto, Donzelli Editore, 2005.
Ieri sera mi sono imbattuta in un passo che voglio riportare qui. E’ tratto dalle note che Sergio Liberovici scrisse a proposito delle registrazioni sul campo che condusse con Emilio Jona, e che costituiscono il materiale attorno cui è costruito il libro. Si trova alle pagine 45/46.

Siamo nel 1962, Jona sta intervistando B., un’anziana ex mondina socialista, classe 1892. La testimone ha difficoltà a ricostruire sistematicamente i canti, si ricorda qualche strofa di ciascuno, e dice all’intervistatore:-Questa qui  era bella, néh, era tutta…proprio tutta della risaia. Non me la ricordo più. Adesso vediamo, se possiamo ricomporre questi cap (i cap sono le varie strofe, i vari incipit, n.d.r.) e voi poi glieli infilate dentro-
Poco più avanti dice:-In piemontese, sì, sono queste qui che ricordiamo poco. Guarda, in piemontese…adesso vedo…ne avevamo, néh di scritte…per quelle che non le sapevano…E poi voi gliele infilate dentro.-

A questo punto l’osservazione di Liberovici:”con questa affermazione B. per un momento, muta ruolo: da informatrice ad animatrice. Perchè è una affermazione che ci coinvolge nel gioco della memoria, affinchè la memoria non sia solo sinonimo di passato, non resti passato, ma ridiventi presente.
Anche noi ricercatori siamo invitati a cambiare ruolo: da quello di ascoltatore, interlocutore…a quello di ricostruttore. I ricostruttori di canti.
La gente non colta usa i canti, li consuma, li rompe…La gente colta raccoglie i pezzi, li incolla tra loro, congettura sui pezzi mancanti, li reinventa, poi rimette in circolo il canto ricostruito, finito…
B. qui ridefinisce il ruolo della cultura popolare… No: individua le caratteristiche della cultura popolare e definisce il ruolo dell’intellettuale nei suoi confronti”
(il grassetto è mio).

Pubblico queste righe sottraendole al contesto di un libro che ho appena iniziato a leggere, e di cui vorrei, quando avrò finito, parlare più ampiamente. Lo faccio perchè queste osservazioni mi sembrano di grande interesse e attualità, e mi auguro che suscitino un po’ di commenti…

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Commenti (2)

Sergej13 ottobre 2008, alle 09:58

Di questo libro ne ho sentito parlare da tempo, credo da qualche parte di avere anche il cd allegato, ovviamente una copia. E credo sia molto interessante, forse sullo stesso tenore di “Le ciminiere non fanno più fumo”, anche se non ho letto né l’uno né l’altro..
Per quanto riguarda il problema posto, il rapporto tra ricercatore e informatore è sempre interessante, anche perchè spesso da un’analisi di questo rapporto, come quella qui proposta, si gettano forti dubbi sull’”originalità” dei canti popolari, compresi ovviamente quelli inseriti su questo sito.
Una delle operazioni più interessanti è quella di raccogliere tutte le versioni, le varianti, che portano ognuna il segno della cultura e della visione del mondo di chi le ha portate, ma è un ingente lavoro che non posso che lasciare ai ricercatori :)

Violadelpensiero13 ottobre 2008, alle 16:49

Credo che l’importante, quando si considerano e si maneggiano i canti popolari e/o di protesta, e quando, a vario titolo si cantano, sia avere ben presente questo concetto, della non esistenza della VERSIONE per eccellenza, che è un concetto, secondo me, estraneo e contradditorio, alla cultura trasmessa oralmente.
Questo anche se ne conosciamo solo una, magari soltanto quella “ricomposta” e più diffusa.

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