I figli della libertà
Pubblicato da Violadelpensiero il 24 ottobre 2008 in Recensioni

23 luglio 1943, le cinque di mattina, prigione di Saint-Michel, Tolosa. Viene eseguita la condanna a morte di Marcel Arnal, ragazzo appartenente alla 35^ brigata partigiana di guerriglia urbana, tutta composta da ragazzi e ragazze comunisti, poco più che adolescenti, ebrei, stranieri figli di fuoriusciti in fuga dalle dittature europee e dall’espansione nazista, operai e studenti.
Marcel è la prima vittima, il suo nome diventerà quello della sua brigata. Mentre viene condotto alla  ghigliottina, gli altri prigionieri politici intonano in coro la Marsigliese, e poi La canzone del Partigiano, e ancora la Marsigliese. E così avverrà nei mesi a seguire, ogni volta che uno di loro sarà torturato e ammazzato in carcere.

Più avanti, l’anno seguente, dopo mesi di azioni spericolate e rocambolesche di sabotaggio e conquista di armi, dopo aver giustiziato ufficiali tedeschi e gerarchi della milizia francese, noti per ferocia e spietatezza verso partigiani e civili, e dopo mesi di fame, paura, clandestinità, quasi tutta la brigata cadrà vittima di una retata, e ancora la prigionia sarà segnata da esecuzioni, torture, rivolte, repressioni rabbiose, ma soprattutto dalla profonda malinconia dei prigionieri, dall’incertezza e dall’attesa per lo sbarco americano, e soprattutto dalla nostalgia per la lotta e dalla disperazione per l’impotenza obbligata. Il canto li sosterrà nei momenti più drammatici, La Butte Rouge cantata in coro da una cella all’altra, da un corridoio all’altro, darà ancora speranza e coraggio, nonostante l’obbiettiva impossibilità ad averne. E i prigionieri spagnoli non mancheranno di rispondere con le loro fiere canzoni della guerra civile e quelle dolenti dell’esilio.
In seguito allo sbarco alleato in Normandia, gli ebrei, gli stranieri chiusi nei campi di prigionia, i prigionieri politici della zona di Tolosa, verranno caricati su un treno merci diretto in Germania, a Dachau, che per settimane vagherà per la Francia sconvolta dalla battaglia definitiva, cercando di evitare americani, partigiani, aviazione alleata. Qualcuno riuscirà a fuggire in modo drammatico, i più, stremati, malati, impazziti, resteranno sul treno, che alla fine varcherà il confine, ultimo convoglio dalla Francia ai campi di sterminio. Da Dachau torneranno in due o tre, sulle centinaia del treno.
Uno dei ragazzi che fuggirà dal treno in corsa verso l’orrore, sarà il padre di Marc Levy, autore del libro.

Questa la trama, per sommi capi, de I figli della libertà, di MArc Levy. Tutto il romanzo è percorso da un tono discretamente celebrativo, da una comprensibile partecipazione emotiva e da un certo sentimentalismo: possono essere queste caratteristiche percepite come difetti, ma sono relativamente accettabili, pensando che è praticamente un libro di memorie, il racconto di un reduce da tanta eroica e disperata epopea, narrato al figlio ormai adolescente, dopo molti anni dagli avvenimenti, e solo dopo una lunga e silenziosa elaborazione di lutti, orrori vissuti e disillusioni subite.
Soprattutto credo che un libro così, su questo argomento, di testimonianza, sia da ritenersi in ogni caso benvenuto, soprattutto di questi tempi, di negazioni e revisioni sottilmente diffuse: in quelle pagine non c’è un momento di ripensamento, non una parola di rimpianto, se non per i compagni morti assassinati dal regime di Vichy o nelle azioni, e per l’amore, che in clandestinità era proibito per raggioni di sicurezza, anche e soprattutto con le compagne di brigata. Non vi è nessun tentativo di giustificazione, che non sia la giustizia e la libertà, per gesti di consapevole e sistematica violenza, contro un nemico comunque e sempre  cinicamente spietato e ciecamente feroce.

Marc Levy
Ifigli della libertà
Rizzoli 2008
19 euro

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Commenti (1)

Gualtieri5 novembre 2008, alle 14:08

OH yeah!

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