
I tetti di Vinca
Il 24 agosto sono 66 anni dall’eccidio di Vinca, perpetrato nel 1944 dalle SS di Walter Reder e dalla Brigata Nera “Mai Morti”. L’intento di quella strage, come delle altre che insanguinarono la “linea Gotica” durante la ritirata dei nazi-fascisti, era di seminare il terrore tra i civili e di fare terra bruciata attorno ai partigiani, non lasciare vivo nessun essere umano che li potesse accogliere e nascondere , nessun animale, e non lasciare integra nessuna derrata che li potesse sfamare, distruggendo col fuoco persone, ripari e cibo. 174 civili, soprattutto donne, bambini e neonati, trucidati ferocemente e bruciati nel giro di poche ore.
Vinca (nel comune di Fivizzano, in provincia di Massa-Carrara) era e d è un borgo speciale: isolato in una conca tra montagne impervie, un paese famoso per il suo pane, che, data la relativa “ricchezza” degli abitanti, pastori degli armenti portati lassù nei mesi estivi, si potevano permettere di farlo con la farina di grano, non mescolata con quella di castagne, come facevano gli altri. Chi la conosce bene mi ha detto che quella che abita a Vinca è gente speciale, per l’isolamento in cui ha vissuto, è diversa nei modi e nella parlata da chi sta in pianura, o nelle altre vallate. E in quell’isolamento subì la sua distruzione, senza neanche sapere bene perchè, e cosa stesse accadendo fuori da quella stretta conca isolata.
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Sabato 19 giugno, nell’ambito del Festival dell’Oralità Popolare, a Torino, abbiamo potuto assistere ad una breve lezione sull’importanza delle fonti orali per la storiografia contemporanea, in cui Cesare
Bermani ha ripercorso sinteticamente l’esperienza sorprendente dei Cantacronache in quanto apripista della ricerca etnomusicale sul campo, il cui testimone passò, al Nuovo Canzoniere Italiano, e ad una costellazione di ricercatori, raccoglitori, esecutori, eccetera, che ci restituirono nel corso di un ventennio, un patrimonio di prima mano, fatto di migliaia di canti popolari o cantati comunque dalle classi subalterne, inerenti l’intero ciclo di vita, compresi, ovviamente, i canti sociali, di protesta, di lotta.
Il discorso di Bermani è stato contrappuntato in modo brillante e garbato, dai commenti e dalle interpretazioni di Fausto Amodei di alcuni esempi di canti politici, databili nei decenni a cavallo di Ottocento e Novecento, anche in dialetto piemontese, alcuni riconducibili al genere della “cantata operaia”, e di Gorizia. Cesare Bermani ha cantato invece “Che cosa vogliamo”, una parodia socialista dell’”Inno di Mameli”, databile ai primissimi anni del ‘900.
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I fiati sprecati nel prato
Quando ilDeposito.org si “materializza” è sempre un bel momento.
E anche a Sesto Fiorentino è andata così.
Innanzi tutto Sergej ed io abbiamo fatto il nostro ingresso nella villa che ospita l’Istituto Ernesto de Martino piuttosto emozionati, consapevoli di varcare una soglia importante per tutti coloro che si occupano di cultura e di storia delle classi subalterne, ma anche sapendo che avremmo trovato amici e compagni con cui avevamo già condiviso qualcosa.
Il clima in cui ci siamo trovati coinvolti è stato, secondo me, da vera festa popolare, e non abbiamo tardato a sentirci “a casa”, a riconoscere i volti famigliari di chi avevamo incontrato a Livorno al raduno, e a Bologna ad ottobre: questa non è stata forse una sorpresa ma certamente il piacere di riallacciare contatti, e di sapere che in qualche modo la continuità non era mai venuta meno, come se ci fossimo lasciati ieri.
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Il primo maggio è la festa dei lavoratori. Una delle poche “feste” laiche, che nell’immaginario collettivo comune è accomunato al classico “concertone” di Roma, di piazza San Giovanni, in cui fanno capolino tra i più noti volti della canzone italiana, e non.
Ma, ovviamente, di iniziative di questo tipo ce ne sono in tutta Italia, per tutti i gusti. E non è detto che siano peggiori di quelle più blasonate ;)
Da diversi anni c’è un appuntamento fisso, che è la festa del primo maggio all’Istituto Ernesto de Martino. Leggi il resto »
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La Resistenza è uno dei momenti della storia d’Italia più “cantati”. Sia per quanto riguarda i canti stessi prodotti durante tale periodo, sia per i canti che sono stati composti *dopo* e che in qualche modo ne raccontano le gesta e ne mettono in evidenza momento ed episodi particolari.
Quest’anno abbiamo deciso di fare un piccolo approfondimento dedicato ai canti sulla Resistenza, scritti dall’immediato dopoguerra, con qualche balzo fino agli anni ‘70.
Cantacronache e Resistenza
Il “movimento” dei Cantacronache, attivo a Torino dal 1958 al 1962, è stato protagonista di una (ri)nascita del canto “impegnato”, che si è esplicitato anche in diversi canti legati alla Resistenza.
Due di questi sono stati composti da Italo Calvino e musicati da Sergio Liberovici.
- Oltre il ponte (qui l’audio): una rievocazione dello spirito della Resistenza, che descrive in modo molto evocativo l’atteggiamento dei partigiani, raccontato così da creare un rapporto tra il presente e il passato, ovvero tra il dopo-liberazione e la Resistenza
- Dove vola l’avvoltoio (qui l’audio): non proprio un canto sulla Resistenza, ma sicuramente un canzone contro la guerra, con un evidente riferimento ai tedeschi e che comunque auspica un rifiuto totale della guerra, maturato dopo l’incredibile distruzione vissuta.
Di Fausto Amodei abbiamo Il fazzoletto rosso (qui l’audio), una bellissima fiaba che mette in evidenza lo spirito di solidarietà dei partigiani, non solo italiani e di fratellanza, al di là delle rivendicazioni nazionali.
Di Michele L. Straniero (con musica di Amodei) c’è invece Partigiani fratelli maggiori (qui l’audio), canzone che esprime in modo molto chiaro il rapporto tra il passato, della lotta dei partigiani, e le lotte politiche del presente, viste come continuazione della stessa lotta di liberazione e di emancipazione.
Tredici milioni di uomini (qui l’audio) è invece una canzone di Emilio Jona che racconta l’orrore dei campi di sterminio nazifascisti, ultima meta per ebrei e perseguitati politici.
Per chiudere, segnaliamo Partigiano sconosciuto (qui l’audio), una poesia di Claudina Vaccari, musicata da Sergio Liberovici, che racconta le gesta di un partigiano morte lontano da casa, e per questo rimasto sconosciuto.
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Cantare in un coro, specialmente in un coro di canti sociali e/o popolari, può essere un’esperienza “unica e irripetibile”, e questo cd lo conferma.
Molti cori con quel repertorio si caratterizzano come “laboratori”, dove, oltre che imparare delle canzoni, magari apprendendo anche delle nozioni tecniche di base, si impara a conoscere anche il senso storico, sociale, antropologico del proprio repertorio, e spesso si sperimenta anche un certo livello di autogestione e di condivisione di responsabilità nelle scelte.
I gruppi che cantano nel cd Inconto ai venti hanno questa caratteristica comune, per quanto i risultati del loro lavoro siano dissimili: ancora una volta questo conferma la duttilità e la caratteristica di fondo del cantare popolare, ovvero il poterne fare praticamente ciò che si vuole. Certo così facendo non si ottiene l’approvazione e non si incontrano i gusti di tutti, ma ci sente liberi di sperimentare e di creare: e questa mi sembra sia un’altra caratteristica della raccolta, che di comune ha la scelta di repertorio, ma ogni gruppo si esprime in modi anche piuttosto distanti l’uno dall’altro. Il senso di collocare insieme diversi risultati è davvero interessante, per una volta si ascoltano convivere anche “idee” diverse del cosa fare col canto popolare, e convivere pacificamente su un supporto moderno e facilmente fruibile, senza dover andare a fare i topi d’archivio o i collezionisti di rarità discografiche del passato.
Qui di seguito l’elenco delle tracce contenute nel cd :
- “Le nostre canzoni” versi di Nazim Hikmet letti da Paola Brolati
- “Tourdion”, Primula vernalis
- “Piamontesi, mandimi a casa”, Pane e guerra
- “Vien la primavera”, Coro dei Minatori
- “Inno individualista”, Voci di mezzo
- “Inno della rivolta”, Voci di Mezzo
- “Caserio”, Coro dei Minatori
- “Inno del maggio”, Sedici agosto
- La canzona c’ammazzi li preti”, Hard coro de’ marchi
- “Petrolio”, Hard coro de’ marchi
- “Il galeone”, Li bellizzi
- “La bessa”, Hard coro de’ marchi
- “Il maschio di Volterra”, Sedici agosto
- “Siam del popolo gli Arditi”, Pane e guerra
- “DAi monti di Sarzana”, Voci di mezzo
- “Partigiani, fratelli maggiori”, Pane e guerra
- “Batton l’otto” , Amore ribelle & Li bellizzi
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Alcune tematiche politiche, sociali, o semplicemente “sentite”, trovano ampio spazio nel repertorio dei canti di protesta di cui ci occupiamo in genere. Spesso si tratta di tematiche trasversali rispetto ai periodi storici e può essere molto interessante mettere un po’ a confronto diversi canti. Nessuno velleità scientifica, figuriamoci ;)
Ci sembra però interessante capire come un tema, come quello della leva militare obbligatoria, sia stato “cantato”.
Ho scelto 6 canzoni, a partire, cronologicamente, con una canzone di Fausto Amodei, del 1963, per chiudere con una canzone dei Sud Sound System, del 1996.
Ho volutamente mischiato canzoni di periodi e generi diversi, dato che uno dei nostri (umili) obiettivi è quello di capire come, in periodi più recenti, rispetto ai “classici” canti di cui ci occupiamo, si sia declinata la canzone di “protesta politica e sociale”.
Buon ascolto :)
Fausto Amodei, Lettera dalla caserma (1963)

Lou-X, Quando la patria chiama (1994)

Alfredo Bandelli, Da quando son partito militare (1971)

Stormy Six, Il barbiere (1977)

Sud Sound System, Articolo 41 (1996)

Pino Masi, Il soldato Bruna

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Il 1943, come tutti gli anni della guerra, è segnato da eventi importanti ed eccidi subiti dalla popolazione e dai partigiani, impegnati nella lotta di liberazione.
Con questo articolo vogliamo ricordare due avvenimenti.
28 dicembre 1943: l’uccisione dei fratelli cervi
I sette fratelli Cervi, partigiani, furono catturati dai nazisti il 28 novembre del 1943 e giustiziati un mese dopo, il 28 dicembre, a Reggio Emilia. È uno degli eventi più conosciuti e significativi della Resistenza in Italia.
Nel sito sono presenti i seguenti canti:
Per ulteriori informazioni, rimandiamo alla corrispondente voce di Wikipedia
31 dicembre 1943: l’eccidio di Boves
La città di Boves, nel cuneese, fu scenario durante la Resistenza di diverse rappresaglie e rastrellamenti dai parte dei nazisti: il 19 settembre ‘43, il 31 dicembre ‘43 e il 4 gennaio 1944.
Nel sito è presente questo canto, riferito in particolare agli eventi della fine del ‘43:
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Quarant’anni fa la strage fascista di Piazza Fontana, il 12 dicembre 1969. Poi i depistaggi, la morte di Pinelli.
Un anno dopo, nel corso di una manifestazione per il primo anniversario di Piazza Fontana, sempre a Milano, cadeva lo studente Saverio Saltarelli, colpito da un candelotto lacrimogeno.
Anni, fatti, che sono diventati materia di studio, di “revisionismi”, e di celebrazioni.
Per noi che vogliamo fare storia e memoria con i canti, non c’è altro da fare che segnalare dal nostro archivio:
sulla strage
sulla morte di Saverio Salterelli
Per approfondimenti sulla strage di Piazza Fontana molti sarebbero i link da segnalare, noi facciamo spesso riferimento a questo sito quando si tratta di morti nelle piazze e di stragi di stato:
http://www.reti-invisibili.net
per quanto riguarda Piazza Fontana:
http://www.reti-invisibili.net/piazzafontana/
per la morte di Saverio Saltarelli:
http://www.reti-invisibili.net/saveriosaltarelli/
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“…la leggenda transuma a memoria o viceversa…” è una citazione da pagina 20 dell’autobiografia di Ivan Della Mea, uscita a maggio di quest’anno, casa editrice Jaca Book. Il titolo del libro è Se la vita ti dà uno schiaffo (anche questa è una citazione…): certo che la vita, a Ivan Della Mea, schiaffi ne ha dati molti, certo tanti di più che carezze, e anche le carezze forse le riconosceva con fatica.
Tutta la sua vita è una fatica di vivere, di stare al mondo, di riconoscere il proprio posto. Ma non c’è autocommiserazione nella sua scrittura, se mai rabbia, e non poca, per quanto filtrata dal tempo, ragionata dalle distanze. Ci sono anche affetti, amori, ma quasi sempre strappati, maltrattati, a rischio.
Il linguaggio che adopera, all’inizio lascia appena un po’ perplessi, non è banale cronaca, ma neanche un cesello fine a se stesso: c’è molta vita dentro, in particolare quella vita lì e, molto della vita di Luciano, i fratello maggiore di Ivan, anche un po’ padre, oltre che fratello. Molte scene saltano fuori dalla pagina, salta fuori anche la fame, il disagio, la paura, con immediatezza e durezza.
La citazione che ho usato come titolo rende l’idea del movimento interno a tutto il racconto, un continuo passare e ripassare (”anda e rianda…”) da piani diversi: la memoria, la storia, i documenti, l’epopea dei Della Mea e relativi parenti acquisiti, ma anche le riflessioni, le confessioni, le scoperte fatte ricodando e narrando (a se stesso come Ivan, come Luigi, nonchè colui che narra a Luciano, prima che al lettore).
Personalmente ho trovato Se la vita ti dà uno schiaffo una lettura commovente e che mi ha catturata (ho rinunciato, complice il freddo in arrivo, alla bicicletta a favore del tram, per non semttere di leggere), e che mi ha convinta, più di molti prodotti recensiti e sospinti dalla critica.
Conoscere Della Mea cantautore politico può darsi che influenzi chi legge, ma a mio parere, al di là di questo, è una storia di vita che vale la pena di essere conosciuta, e che ha nella sua ecccezionalità, anche molto di “normale”.
Ivan Della Mea, Se la vita ti dà uno schiaffo, Jaca Book, Milano, 2009
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